Un articolo sulla stampa quotidiana ha fatto riflettere l’ambiente: bere una bottiglia fuori può costare il 400% in più che a casa. La responsabilità di chi è? Purtroppo la crisi ha colpito tutti, ma qui si esagera… e i consumi rischiano di risentirne.

 

Tommaso Farina

 

Ma non ha i vestiti addosso!” Il bambino della fiaba di Andersen, quel giorno, si accorse che l’imperatore girava in mutande. Nessuno aveva il coraggio di dirlo, temendo chissà che cosa; ma quel sovrano, che credeva di vestire abiti variopinti cuciti da un sarto truffaldino, in realtà era nudo. L’unica voce che osò levarsi per gridare a tutti la verità era quella del bambino.

 

Oggi, il ruolo del bambino l’ha svolto, con vigore, Cristiana Lauro, di cui mi vanto d’essere amico. Cristiana è una donna affascinante, tanto più che è una grandissima conoscitrice del vino e una penna oltremodo fine, che non ha mai avuto timori reverenziali. Ebbene: lo scorso 23 settembre, in un articolo su Il Sole – 24 Ore, ha riflettuto su un argomento che è pressoché tabù. Si tratta della vexata quaestio del prezzo dei vini al ristorante. E lì, al solo leggere il titolo (“I ricarichi sul prezzo del vino al ristorante? Sono diventati davvero eccessivi”), ristoratori e produttori di vino, ossia due delle categorie che più si sentono perseguitate (da chi poi?), hanno cominciato ad avere dei mancamenti. Forse ci voleva proprio una come la Lauro, spregiudicata, esperta ma estranea ai piccoli giri e alle pastette dell’ambiente, dove magari si ha il timore di dire qualcosa per non scontentare qualcuno.

 

L’articolo comincia citando i prezzi alti di Paesi come Emirati Arabi e Giappone, gravati da onerose gabelle di importazione. E fin lì tutto bene. Il problema è quel che succede da noi: “La ristorazione e gli hotel di lusso in Italia si stanno allineando a prezzi ingiustificabili, giacché qui da noi il consumo prevalente riguarda la produzione interna e non l’importazione”. Che succede nel concreto? La Lauro scende nei particolari: “Operando nel settore da lungo tempo, conosco i listini di un vasto numero di aziende; bottiglie che poi ritrovo nelle carte dei ristoranti ricaricate del 400% (se va bene)”. Se certe bottiglie costassero anche solo un 25% in meno, secondo l’autrice, verrebbero anche più vendute: un tavolo da quattro, anziché una sola, probabilmente ne ordinerebbe due.

 

Di chi la colpa? Cristiana Lauro scagiona immediatamente i produttori: “Hanno dovuto ritoccare i listini per evidenti necessità dovute alla crescita dei costi energetici, del vetro e via dicendo; sto parlando di chi quel vino lo ha fatto, oltretutto, lavorando nella vigna e in cantina”. Che c’entra il lavoro in cantina? Ci si arriva subito: “La logica qual è? Uno lavora e un altro – che lavora di meno su quel prodotto – guadagna molto più di lui”. E qui l’allusione è ai ristoratori. Conclusione: “I ristoratori italiani possono ricaricare quanto vogliono, ma devono sapere che un servizio al calice che parte da trenta euro non è ‘accompagnamento’, anche se il contesto è lussuoso”.

 

Il nostro parere? La faccenda è incresciosa. I ricarichi si sono visti, eccome. E spesso, chi li mette in pratica pensa che chi ordini vino sia più disposto a spendere. Ciò vale senz’altro per i vini di lusso (e qui, nei rincari pecuniari anche i produttori hanno una loro responsabilità, specie in zone come le Langhe, teatro di quotazioni tra il comico e l’astronomico); ma per quelli di fascia media, ossatura della nostra viticoltura? Un vino dal prezzo in cantina di 15 euro, può costarne 50 al ristorante? Viene in mente Luigi Veronelli, che invocava la scrittura, sulle etichette, del cosiddetto “prezzo sorgente”: una cosa che fece venire l’orticaria a molti. A molti di quelli che vendono, beninteso. Un po’ meno a quelli che comprano. E senza chi compra, il consumo va a ramengo.