AdG ha nominato l’attore americano Ambasciatore del Gusto Benemerito. Il motivo risiede nella grande attività di divulgazione sulla cucina italiana che ha condotto attraverso i suoi documentari. Ne parliamo in un’intervista esclusiva.
Chi avrebbe mai pensato che proprio un attore americano sarebbe stato un autentico ambasciatore della cucina italiana nel mondo? Stanley Tucci, noto al grande pubblico per le sue interpretazioni ne Il diavolo veste Prada, Julie&Julia o Big Night, negli ultimi anni è stato infatti autore di alcuni documentari sulla cultura gastronomica italiana. Tucci in Italy e Searching for Italy hanno contribuito a tracciare un panorama della nostra tradizione che non ha nulla a che vedere con i più diffusi stereotipi. Hanno, inoltre, il merito di aver avvicinato molti stranieri a preparazioni e materie prime altrimenti quasi sconosciute. E sono stati enormemente apprezzati dal pubblico, specialmente quello americano.
Per questo motivo – per l’impegno nel diffondere la cultura gastronomica italiana e i suoi valori – Tucci è stato nominato Associato Benemerito entrando di diritto nell’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto, che riunisce i più autorevoli professionisti del settore, uniti nel valorizzare la cultura della cucina italiana, il suo patrimonio agroalimentare ed enogastronomico.
“Possono essere proclamati Associati Benemeriti le persone che, condividendo gli scopi dell’associazione, si siano distinte per particolari attività svolte e che siano ritenute meritevoli”, spiega il presidente dell’associazione, Alessandro Gilmozzi.
Prosegue il direttore Gianluca De Cristofaro, che ha promosso e sostenuto la candidatura: “Stanley Tucci è un artista che con estrema professionalità, grande sensibilità e autentica passione è riuscito dove solo pochi altri: portare il cuore della cucina italiana nelle case di tutto il mondo, non solo come cibo, ma come cultura, storia e convivialità”. E inoltre: “Narratore eccezionale del nostro patrimonio culinario, con i suoi programmi ha accompagnato ogni spettatore in un viaggio profondo, emozionante e mai banale attraverso l’Italia. Lo ha fatto con rispetto, con vera curiosità e, soprattutto, con un amore contagioso. Ha saputo raccontare che sedersi a tavola in Italia non significa solo mangiare, ma celebrare la vita.”
Abbiamo avuto occasione di confrontarci proprio con Stanley Tucci, che sulla nostra cultura gastronomica offre un punto di vista certamente appassionato e consapevole.
Ambasciatore del Gusto Benemerito: che cosa significa per lei questo riconoscimento?
È per me un grandissimo onore. Mi sono ripromesso di raccontare l’Italia e la sua cucina senza romanticizzarla, anzi celebrandola, anche nei suoi aspetti meno noti. Questo riconoscimento è un segno della bontà del lavoro che ho svolto. L’Italia è un Paese straordinario e l’unico modo per raccontarlo è proprio attraverso il cibo, che è il più incredibile al mondo.
Come è nata l’idea di raccontare l’Italia e la sua cultura gastronomica attraverso dei documentari?
L’idea è nata vent’anni fa: volevo raccontare le tradizioni gastronomiche delle diverse regioni d’Italia. Nessuno lo aveva mai fatto negli Stati Uniti. Il mio obiettivo era mostrare la verità e lasciare che fossero gli italiani stessi a raccontare la storia delle rispettive cucine regionali. Tuttavia, non volevo parlare dei soli piatti, ma anche della materia prima e di chi la produce: dagli allevatori di maiali ai butteri, i pastori a cavallo della Maremma. Chiedevo dunque alle persone di fare semplicemente quello che fanno tutti i giorni. Io ho fatto solo da cassa di risonanza.
Quello che colpisce del suo racconto è l’autenticità del racconto…
Ho cercato di raccontare l’Italia senza idealizzarla troppo, ma mostrandola nella sua complessità.
Pizza, pasta e mandolino: è ancora questa, dal suo punto di vista, l’immagine che si ha dell’Italia all’estero?
Più o meno! (ride, ndr) Più viaggio in Italia, più mi rendo conto che, soprattutto negli Stati Uniti, erano e sono molto diffusi stereotipi sugli italiani. E anche la visione della vostra cucina è estremamente stereotipata. Negli Stati Uniti, come del resto in gran parte del mondo, Italia non significa altro che cieli azzurri, pizza e pasta. La realtà, come sappiamo, è tutt’altra: le regioni e le rispettive tradizioni gastronomiche, che sono legate alla storia e alla topografia del luogo, sono incredibilmente diverse le une dalle altre. La varietà è tale da poter quasi dire che, dal Trentino Alto Adige a Lampedusa, sembra di stare in due paesi diversi! Trovo questo aspetto estremamente affascinante.
Ci libereremo mai di questo stereotipo?
Non credo! Tuttavia penso pure che gli stereotipi esistano per un motivo. Non sono necessariamente una cosa cattiva, ma occorre precisare che non sono tutto. Un cambiamento, tuttavia, sta avvenendo, specialmente nelle grandi città all’estero, dove è sempre più frequente trovare nei ristoranti italiani menù ricchi, vari e sofisticati: quella che ai vostri occhi è la cucina di tutti i giorni sta effettivamente arrivando nei ristoranti. Ora, in Inghilterra e negli Stati Uniti, sanno che cos’è un risotto! Eppure è ancora difficile trovare la cucina italiana più vera al di fuori delle grandi città. È per questo motivo che il mio programma ha avuto tanto successo: molti non hanno la possibilità di viaggiare o di accedere ai prodotti italiani, i miei documentari, dunque, hanno consentito di viaggiare a chi effettivamente non può farlo.
Noi italiani diamo spesso per scontata la nostra tradizione culinaria e forse non ne apprezziamo le caratteristiche in toto. Qual è la sua percezione?
La cucina italiana è, per me, la migliore del mondo. Ma il fatto stesso che l’Unesco l’abbia riconosciuta come Patrimonio immateriale dell’umanità la dice lunga. Uno dei motivi per cui la cucina italiana è tanto apprezzata è che, da un certo punto di vista, è ancora una cucina ‘povera’. La vostra è una cucina diretta: molte ricette sono realizzate con non più di cinque ingredienti. Credo che, quando si riesce a creare qualcosa di incredibilmente buono con così poche materie prime, è perché si ha una grande consapevolezza di come utilizzarle e valorizzarle. Proprio come in qualunque forma d’arte, anche nella cucina, tutto ha a che fare con la semplicità e la raffinatezza. Sono queste caratteristiche a fare della cucina italiana un patrimonio da tutelare. Il cibo italiano, inoltre, è accessibile e straordinariamente semplice. Gli italiani, poi, hanno un’innata capacità di nutrire gli altri…
Il cibo come elemento di convivialità, giusto?
Esattamente. In Italia il cibo è connessione: non è esclusivamente nutrimento, ma è tutto quanto gli ruota attorno, dalla sua preparazione alla sua condivisione. Questo fa sì che si crei un legame emotivo con il cibo.
Nel suo lavoro di divulgazione ha conosciuto tanto la cucina casalinga quanto quella stellata o fine dining. Quale pensa che sia oggi il ruolo degli chef nel dare forma alla cucina italiana?
La sperimentazione culinaria portata avanti dagli chef è tanto importante quanto la cucina casalinga, quella di tutti i giorni. Penso, però, che la personalità dello chef non debba mai oscurare il cibo.
Mi permetta una domanda in chiusura. Tra tutti i prodotti e i piatti che ha conosciuto e assaggiato, qual è il suo preferito?
Impossibile dirlo! Ma ammetto che le lasagne sono una mia ossessione… La verità è che non posso citare un ‘preferito’, semplicemente mi piace ciò che è buono.
