Il fondatore di Slow Food, da poco scomparso, lascia un’eredità incancellabile. Grazie a lui, abbiamo riscoperto il mangiare buono, pulito e giusto. E anche qualche contraddizione: il buon cibo può restare davvero popolare?

 

di Tommaso Farina

 

Milano, maggio 2014, alla Trattoria Masuelli San Marco: quello fu il mio ultimo incontro davvero ravvicinato con Carlin Petrini. Il mitico fondatore di Slow Food, da poco scomparso dopo una vita di quelle da raccontare, amava quel locale. E si capisce il perché: Masuelli, a Milano, è sempre stato una vera roccaforte della cucina piemontese. E se mai ci fu un arcipiemontese, quello era senz’altro Carlo Petrini da Bra (Cuneo). Quel giorno, accompagnava alcuni giovani, mi pare fossero studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche che aveva inventato dieci anni prima. Era vestito con la sua uniforme: abiti classici, non trasandati, compreso un paio dei suoi adorati mocassini marroni, che erano un suo segno distintivo. Pino Masuelli, l’oste, poi passato a miglior vita nel 2023 a 86 anni, era ancora al timone della baracca, e il figlio Max non ne aveva ancora preso le consegne. Petrini era sempre quello che conoscevo: carattere franco, simpatico, da vero uomo d’estrazione popolare. Una persona pulita. C’eravamo salutati con garbo, io ero lì per pranzare. Ricordo anche cos’avevo mangiato… Anzi no: avevo immortalato qualche piatto sui miei social (per questo sono risalito alla data precisa…), senza sapere che 12 anni dopo si sarebbe trattato di una memoria importante.

 

Ora Petrini non c’è più. Puntuali, e giustamente, sono arrivati i coccodrilli celebrativi. Un visionario, hanno detto. ‘Visionario’ è parola che non ho mai amato, mi fa pensare a qualcuno che ‘sente le voci’ e non ci sta con la testa. Preferisco dire: uno che ha avuto la vista lunga. La sua Slow Food è stata un veicolo fondamentale per riscoprire un modo di mangiare autentico, soddisfacente, rispettoso delle tradizioni ma anche del ciclo delle stagioni. Petrini ha dialogato col Papa e con re Carlo III d’Inghilterra, all’epoca soltanto principe. Questo dovrebbe dare la misura della grandezza di quello che ha costruito, e che ha affondato radici solide perfino in quell’America che è patria dell’industria alimentare più omologata.

 

Però, ogni rosa ha la sua spina. Intendiamoci: la portata dell’operato di Carlin è indiscutibile e sopravanza facilmente criticità. Con le spine di Petrini non ci si punge troppo. Ma in ogni caso, alcune cose vanno dette, senza per questo scalfirne l’immagine.

 

È quello che ha fatto Jacopo Manni, sul Gambero Rosso, mettendo in luce un lato della sua creatura che pure altri, a denti nemmeno troppo stretti, negli anni avevano iniziato a rimarcare. Ossia l’esclusività, anche e soprattutto economica, dello stile alimentare propugnato, che finiva per essere più da salotti che da quartieri operai. Un po’ strano, come epilogo, per qualcuno che cinquant’anni fa fondò Radio Bra Onde Rosse, e fu consigliere comunale nelle fila del Partito di Unità Proletaria. Le produzioni beneficate dalla scuola di pensiero virtuosa della sua associazione, alla vendita non possono proprio dirsi roba da proletari, come furono un tempo. Siamo di fronte al paradosso di cibi che una volta erano davvero per tutti (anzi, per poveri), e ora sono diventati sciccherie per pochi eletti. “Slow Food nasceva come movimento popolare, non elitario. Nasceva per difendere culture alimentari vive, quotidiane, accessibili. Non per costruire una nuova aristocrazia gastronomica. Eppure il successo stesso della sua rivoluzione ha contribuito — involontariamente — a creare un sistema in cui il cibo etico, locale e sostenibile è spesso economicamente difficile da sostenere per una parte crescente della popolazione”: così Manni. Ed è vero: i Presìdi sono una cosa stupenda, tutelano rarità gastronomiche in via di sparizione. Ma proprio per la loro rarità, non possono sempre essere a buon mercato. Il prosciutto del Casentino non costa come un prosciutto crudo generico della grande distribuzione. Non può. In effetti, qualche anno fa c’era chi rimproverava Slow Food un eccesso di retorica ‘proletaria’ mentre, nel contempo, organizzava degustazioni di costosissimi Baroli e Barbareschi. Da lì nacquero espressioni come ‘gastrofighetti’ o ‘fighetti del gusto’, tuttora in auge. Forse parlare di ipocrisia è troppo, ma ecco, c’è un po’ di distanza, del tutto fisiologica, tra quanto predicato e quanto effettivamente messo in atto… “Forse la sfida più importante lasciata in eredità da Petrini non è soltanto salvare i prodotti, i paesaggi o le tradizioni, ma evitare che il cibo torni ad essere un privilegio”, conclude Manni, in modo molto sensato.

 

Per quanto mi riguarda, mi nascono alcune piccole riflessioni che non sono il solo a condividere. Ad esempio, col tempo, Slow Food era cambiata. Lo spirito gaudente dei primi anni era stato via via sostituito da una sorta di missione messianica, in cui il compianto Stefano Bonilli, storico fondatore del Gambero Rosso, ravvisava addirittura alcune venature religiose. Insomma: per certi aspetti, cominciava ad avvicinarsi a una Ong vagamente umanitaria, lato che si è amplificato, comunque, dopo che Petrini lasciò la presidenza. Forse era destino che andasse così. E non c’è nulla di male. Ma d’altro canto, ci sarebbe stato qualcosa di brutto se Slow Food fosse rimasta l’Arcigola degli inizi, cioè un’associazione di persone appassionate del mangiar bene? Sarebbe stato troppo banale? Mi sento di dire di no, visto che comunque i risultati che ha conseguito in quel campo sono sotto gli occhi di tutti.

 

E poi, la faccenda delle multinazionali additate come sempre e comunque perfide e cattive. Certo, sono attori economici lontani da un certo tipo di produzione locale. Però hanno contribuito, lavorando in modo magari non eccellente ma più che accettabile, a dare da mangiare a chi i prodotti d’élite non può permetterseli, per tornare al discorso di prima. E, più importante, in qualche modo hanno contribuito a creare il tessuto socioeconomico odierno, grazie al quale molta gente può, quando può, fare gli acquisti dei prodotti buoni, puliti e giusti delle piccole produzioni. Oltretutto, ormai Slow Food è diventata anch’essa, in un certo senso, una multinazionale. Carlin, all’inaugurazione della sua radio di Bra, fece risuonare le note dell’Internazionale: fu profeta. Oggi forse sarebbe più appropriata Imagine, la canzone di John Lennon divenuta l’inno ufficioso della globalizzazione. Ma alla fine, questa è stata la vittoria di Petrini: globalizzarsi, unire le coscienze nella lotta per il cibo locale. Un’utopia che gli è pienamente riuscita. Altro che visionario. Petrini non ha avuto le visioni: l’ha fatto davvero.

 

 

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