Numerose località nel mondo, ma anche nel nostro Paese, sono prese d’assalto dal turismo di massa. Con conseguenze negative per la popolazione locale e l’ambiente. Una soluzione, però, è possibile.

 

di Elisa Tonussi

 

Viaggiare non è più un lusso. Si sa: con poche centinaia di euro è possibile trascorrere un weekend in qualsiasi capitale europea. Basta prenotare un volo con una compagnia aerea low cost e alloggiare sfruttando le tante piattaforme che consentono di affittare, per poche notti, una casa o una stanza in appartamento. Barcellona, Parigi, Berlino, Amsterdam… sono alla portata di (quasi) tutti. Ma per qualcuno si è raggiunto il limite.

 

A inizio luglio, migliaia di persone sono scese in piazza a Barcellona per protestare contro il sovraffollamento della città, invasa dai turisti. Il turismo di massa, infatti, spesso concentrato in pochi quartieri, crea problemi e disagi, come l’aumento dei prezzi delle case e del costo della vita, lo stravolgimento del tessuto commerciale e la pressione sui servizi pubblici. D’altra parte, la capitale catalana conta 1,6 milioni di abitanti e ben 30 milioni di turisti all’anno.

 

Il problema dell’eccessivo numero di turisti (l’‘overtourism’), però, non riguarda solo Barcellona. Anzi, la questione è ben nota anche nel nostro Paese. Venezia è senza dubbio il caso più emblematico: la città accoglie 30 milioni di turisti l’anno contro una capacità stimata di 19 milioni. Ma non bisogna nemmeno dimenticare Firenze, le Cinque Terre, le Dolomiti o perfino Verona, che sta iniziando a sperimentare le conseguenze dell’elevato numero di turisti in città. E non cessa di aumentare l’arrivo di visitatori nel nostro Paese. Secondo gli ultimi dati McKinsey & Company, infatti, con 134 milioni di arrivi e 451 milioni di presenze nel 2023, il numero di turisti è cresciuto del 3,3% rispetto al 2019. Il turismo in Italia rappresenta circa il 10% del Pil e risulta avere tassi di crescita maggiori rispetto alla media degli altri settori.

 

L’Italia ha dunque un problema con l’overtourism? Sì e no, perché la capacità di accogliere visitatori non viene sempre superata e non riguarda ogni luogo di interesse nel Paese. Ce lo spiega in maggiore dettaglio Jan Van Der Borg, docente di Economia e Politica del turismo all’università Ca’ Foscari di Venezia. “Mentre alcune località sono prese d’assalto, paradossalmente, esistono molte zone interessate da un fenomeno di ‘undertourism’. Un caso molto rappresentativo è quello della Riviera del Brenta, che si trova a soli 10 minuti da Venezia e che è sconosciuta ai più. Eppure la domanda di prodotti culturali ed enogastronomici italiani è molto elevata”.

 

Se dunque alcune località meriterebbero di essere maggiormente promosse come luoghi di interesse, dall’altra alcune destinazioni iconiche del nostro Paese soffrono l’impatto del sovraffollamento. Le conseguenze, come per le altre grandi destinazioni di massa all’estero, sono evidenti: sporcizia, confusione, sviluppo di microcriminalità, in primis. E poi: l’utilizzo del suolo pubblico in modo non compatibile con le necessità della popolazione locale,  l’aumento del costo della vita, lo spostamento verso le periferie (o perfino la soppressione) delle attività economiche non turistiche, la perdita, in ultima istanza, dell’anima stessa del luogo. Disagi tali da superare i benefici derivanti dal turismo. Ci sono naturalmente anche conseguenze ambientali: maggiori emissioni inquinanti, consumo eccessivo di acqua e suolo (con conseguenze su flora e fauna), aumento dei rifiuti prodotti.

 

Ma una soluzione esiste. E sta… nel lusso. Non tanto nella sua accezione di bene costoso o esclusivo, ma ci arriviamo. “Occorre cambiare modello di business”, spiega Van Der Borg. “Quello oggi predominante, ma obsoleto, si basa sulla quantità di arrivi. Bisogna, invece, puntare sulla qualità dell’offerta turistica con politiche di cui possa beneficiare anche la popolazione locale, ambasciatrice del patrimonio storico, artistico e culturale, materiale e immateriale della destinazione”.

 

Per questo motivo il professore promuove una soluzione rodata, ma ancora inusuale nell’applicazione: l’ingresso su prenotazione nelle città e località più attrattive. “Il visitatore avrebbe in questo modo la possibilità di visitare la meta in modo lento, godendo della sua atmosfera più autentica: un lusso per gli standard di oggi”, spiega il professore. Insomma, anche Van Der Borg conferma la tendenza di cui da tempo ci parlano gli operatori dell’ospitalità (leggi qui e qui): è cambiato il concetto di ‘lusso’, oggi sempre più concepito come la possibilità di vivere l’essenza stessa di una destinazione attraverso esperienze veraci. Molti viaggiatori sembrerebbero propensi a pagare qualcosa in più per una simile possibilità: chi è ancora disposto a stare in coda quattro ore per un gelato?

 

Una soluzione utopistica? Non è detto, tanto che in alcuni casi viene già applicata: all’Alhambra di Granada o alla Città Proibita di Pechino, ad esempio. Mentre la regione delle Fiandre in Belgio ha sviluppato piani virtuosi di tourism management, che prevedono l’impossibilità di attraccare per le navi da crociera o valutazioni biennali della qualità della vita della popolazione locale.