Milano – “L’Italia è il primo Paese in Europa per numero di hotel, ma storicamente ha una delle più basse percentuali di penetrazione di catene alberghiere”, spiega a Corriere L’Economia Alberico Radice Fossati, ceo di JLL Italia, società di consulenza professionale e finanziaria, specializzata in servizi immobiliari e gestione di capitali.. Inoltre, il punto di saturazione del mercato alberghiero italiano “non sarà raggiunto a breve: ci sono ancora margini di crescita, non solo nelle principali località italiane, ma anche sul resto del territorio”.
Il mercato italiano è ancora dominato da strutture indipendenti a gestione familiare, tuttavia “il prodotto hotel è cambiato in questi anni: i clienti richiedono sempre più qualità e servizi, le tariffe si sono alzate e c’è bisogno di investimenti che una proprietà famigliare spesso non può portare avanti”, come spiega Radice Fossati. “Circa il 75% degli investitori punta su strategie value-add, quindi a strutture da riqualificare o da riclassificare. Per entrare nel mercato italiano gli operatori sono interessati soprattutto al turismo di lusso, ma c’è già chi guarda ai segmenti più accessibili degli hotel, oppure alla domanda di ostelli e campeggi”.
Secondo l’esperto, oltre a Milano, Roma, Venezia e Firenze, si sono aggiunte nuove destinazioni, dove si sta concentrando la domanda di lusso: Lago di Como, Taormina, la Costa Smeralda, Portofino, Cortina, la Costiera Amalfitana, alcune zone della Puglia. Ma anche Sicilia, alcune zone vinicole come la Valpolicella, il Monferrato e le colline del Prosecco, o ‘secondary city’ come orino, Verona, Bologna, Bergamo e Napoli.
A puntare sull’Italia, oltre agli investitori statunitensi, ci sono fondi sovrani e family office mediorientali e asiatici: come spiega Radice Fossati, nel 2019 la loro quota era sotto il 10%, nel 2025 rappresentavano il 20% degli investimenti. “Sulle catene alberghiere vediamo una forte spinta anche degli spagnoli e dei francesi, mentre chi vuole entrare nel mercato italiano sono le catene asiatiche, brasiliane e messicane“, aggiunge l’esperto. “Questo aspetto forse fa parte di un ciclo di investimenti: i sudamericani investivano a Miami e in Florida, ora invece anche per questioni politiche stanno arrivando in Europa”.
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