Milano – I dati mostrati al settimo forum ‘La Roadmap del futuro per il Food&Beverage’ di Bormio (So), organizzato da The European House-Ambrosetti, illustrano il peso della ristorazione italiana nei Paesi stranieri. A New York (Usa) si contano 938 ristoranti italiani (il 10,9% dell’offerta totale), 324 a Melbourne, Australia (9%), 722 a Rio De Janeiro, Brasile (8%), 373 a Buenos Aires, Argentina (7%), 570 a Los Angeles, Usa (5,3%), 541 ad Hong Kong (4%), 253 a Pechino, Cina (2,1%). Ma il dato più sorprendente sono i 4.982 ristoranti italiani a Tokyo (Giappone), dove rappresentano il 4,9% dell’offerta totale). In tutti questi casi, la presenza italiana si trova ben al di sopra di quella francese e spagnola (vedi foto).

 

A New York Francia e Spagna contano il 2,7% ciascuna; a Melbourne la Francia vale il 2,3% e la Spagna l’1,2%; a Rio De Janeiro Francia 1,2% e Spagna 0,5%; a Buenos Aires Francia 1,5% e Spagna 5,1%; a Los Angeles Francia 1% e Spagna 2,5%; a Hong Kong Francia 2,1% e Spagna 0,9%; a Pechino Francia 0,8% e Spagna 0,2%; e a Tokyo Francia 2,1% e Spagna 0,5%.

 

“La ‘fame’ di made in Italy e di prodotti italiani”, ha dichiarato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House-Ambrosetti, “è dimostrata anche dalla presenza di locali tipici direttamente sul territorio estero, dove l’Italia supera con grande distacco i due principali paesi competitor: Francia e Spagna. Vi sono alcuni elementi che limitano, tuttavia, la presenza internazionale dell’alimentare italiano, su tutti la frammentazione di un settore composto per l’85% da piccole imprese, con un’inferiore propensione all’investimento, e il fenomeno dell’italian sounding, l’evocazione di italianità su prodotti agroalimentari non italiani”.

 

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