Il sodalizio di imprenditori della ristorazione ha festeggiato in pompa magna il suo anniversario. Con un’edizione speciale del suo congresso. L’ospite d’onore è stato l’attore Stanley Tucci. Il divo americano divulga da anni con passione la cucina italica. Ed è stato nominato membro benemerito da Alessandro Gilmozzi, presidente dell’associazione, che abbiamo intervistato.

 

di Tommaso Farina

 

‘Radici, Confini, Visioni’: all’insegna di questo trittico l’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto, dal 23 al 25 marzo scorsi, ha celebrato a Trieste i suoi primi dieci anni di vita, con un’edizione speciale di Futura, il suo ormai tradizionale forum congressuale. Chef, ristoratori, pizzaioli, panificatori e molti altri professionisti si sono riuniti per festeggiare e per fare il punto di una realtà associativa che ormai da un decennio si è assunta l’ambizioso compito di rappresentare in ogni suo aspetto e declinazione l’eccellenza della ristorazione e dell’accoglienza italiana. Il congresso ha avuto un ospite d’eccezione: Stanley Tucci, attore hollywoodiano di fama mondiale (Il Diavolo veste Prada e Julie & Julia vi dicono niente?), già candidato all’Oscar, che in parallelo al lavoro cinematografico ha da anni intrapreso un percorso di divulgazione e valorizzazione della cucina dell’Italia, la patria dei suoi avi. Tucci è stato insignito del titolo di Associato Benemerito da Alessandro Gilmozzi, presidente di Ambasciatori del Gusto. Gilmozzi l’abbiamo già conosciuto in passato: chef appassionato, è patron del ristorante El Molin di Cavalese (Trento), con cui ha ottenuto una stella Michelin, ma anche infaticabile organizzatore e animatore ‘morale’ della categoria dei ristoratori. Lo abbiamo intervistato a margine del convegno triestino.

 

Tra le attività portate avanti dagli Ambasciatori nell’ultimo anno, quali sono state le più importanti, quelle che le sono state più a cuore?

Quello che abbiamo fatto con i giovani, senza dubbio. E per ‘giovani’ intendo gli studenti, quelli che stanno imparando e che domani faranno il nostro mestiere. Lavorare con loro è la cosa più bella: trasmettere la nobiltà di questo lavoro, la cultura che gli è legata, la difesa della cucina italiana, della buona cucina, del made in Italy, dell’agroalimentare, di tutto quello che è Italia. Perché l’Italia è inclusiva.

 

In occasione delle Olimpiadi, proprio coi ragazzi avete fatto un gran lavoro…

Il percorso che abbiamo svolto a Milano-Cortina 2026 è solo il più recente dei nostri esempi, ma è stato particolarmente significativo. Abbiamo messo in campo un progetto di formazione che ha coinvolto dieci istituti professionali in Trentino con altrettanti ambasciatori, ossia nostri soci. Dieci giorni di formazione, dieci giorni di eventi per 1.500 persone con 400 ragazzi coinvolti. In Italia ci confrontiamo con enti, con comuni, istituzioni. Ma lo ripeto, la cosa più bella per me è proprio questa: interagire con le scuole, con i giovani e far loro capire che saranno i nostri imprenditori del futuro. Perché il ristoratore, il macellaio, il panificatore sono anzitutto imprenditori.

 

Da sinistra: Stanley Tucci e Alessandro Gilmozzi

Com’è nato il coinvolgimento di un nome come quello di Stanley Tucci?

A parer mio Tucci, a tutt’oggi, è il più grande ambasciatore del gusto nel mondo. Comunica la cucina italiana col cuore. È italoamericano, ma per me, come ho detto anche al congresso, è ancora più italiano che americano. L’abbiamo invitato alla nostra assise proprio per farlo diventare un Associato Benemerito, perché possiamo solo toglierci il cappello di fronte a quello che fa e a quello che dice in materia di cucina. Noi come associazione abbiamo sempre voluto riscoprire e mettere in risalto le nostre radici di cucina italiana: beh, lui proprio questo ha fatto con la sua serie di documentari Stanley Tucci: Searching for Italy. Un ambasciatore di fatto era giusto che diventasse ambasciatore di diritto!

 

Qual è il suo sguardo d’insieme sulla ristorazione italiana nel 2026?

Sono costantemente a contatto con decine di colleghi, è chiaro. Posso dire che non c’è una lamentela univoca: c’è chi lavora di più, c’è chi lavora di meno. Ogni ristorante ha la sua storia, è il suo mondo a sé. Ma secondo me l’identità italiana collettiva è quella che vince.

 

Anche con le chiusure che superano le nuove aperture?

Succede anche questo. Noi siamo tutti imprenditori, e ognuno fa scelte imprenditoriali diverse. Occorre capire che abbiamo tutti lo stesso scopo. Bisogna avere pazienza e creare un’identità, un’identità propria, un’identità territoriale e questo penso che sia il valore vincente. Con questo principio, si possono sfidare le difficoltà.